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11/02/2011


150 anni dell'Unità d'Italia

In quel settembre 1860, per il ventiquattrenne Francesco II di Borbone la cosa più deprimente non era nemmeno che i cugini Savoia lo attaccassero per interposto Garibaldi, ma che l’avventuriero, risalendo senza difficoltà dalla Calabria, a Napoli ci fosse arrivato in treno, utilizzando la ferrovia di Portici: proprio uno dei gioielli tecnologici del regno, voluto dal padre Ferdinando II, cui era succeduto da un anno. In città, poi, Garibaldi era stato accolto come un trionfatore, in molti erano saltati sul carro del vincitore. C’era di che scoraggiare l’uomo malinconico e dubitoso cui la bella sposa bavarese, Maria Sofia, cercava invano di infondere massicce dosi d’energia.

Come già a Palermo, Francesco non aveva voluto difendere la città per non esporla a distruzioni. Il grosso dell’esercito sta al riparo della fortezza di Capua, da cui può controllare l’una e l’altra riva del Volturno, che scorre lì sotto in ampie anse sinuose. Giuseppe Cesare Abba, colto e probo garibaldino di Cairo Montenotte, scrive preoccupato nel diario che sente nell’aria «un gran gonfiore di tempesta»: i napoletani usciranno da Capua, «e saranno molti».

Il Dittatore, come lui lo chiama, ha messo insieme un esercito di 25 mila uomini. È improvvisato, ma il morale è alle stelle, e vanta capi di buon carisma: il figlio Menotti; quel duro di Bixio; Enrico Cosenz, futuro capo di Stato maggiore dell’esercito italiano; l’esperto ungherese Stefano Türr; Giuseppe Medici, attestato a Santa Maria Capua Vetere, proprio di fronte a Capua. La linea del fronte è parallela al fiume, e lunga venti chilometri, dai Monti Tifata al mare. Garibaldi, che ha piazzato il quartier generale a Caserta (dove tiene una riserva che si rivelerà decisiva), ha disposto tre grossi nuclei: a sinistra Medici, al centro Türr, a destra Bixio. Conoscendo i piani dei borbonici, ha fatto approntare una serie di fortificazioni e trincee, e confida nelle difese naturali offerte dalle alture: lì è più facile difendersi che attaccare. L’esercito borbonico ha consistenza quasi doppia (40.000 uomini) e una cavalleria superiore. Il piano dello Stato maggiore non è mal congegnato: un attacco di sfondamento verso Sud contro l’ala di Medici, e contemporaneamente un aggiramento verso Est, passando da Caiazzo per piombare su Maddaloni. Sbaglia soltanto a dosare le forze, troppo concentrate su Capua. Delle tre divisioni disponibili, una è tenuta di riserva a Nord. La precauzione si rivelerà fatale.

Si sapeva che il re cattolicissimo avrebbe rispettato il riposo festivo. Lunedì 1° ottobre, ancora prima dell’alba, l’impetuoso attacco napoletano mette in difficoltà l’ala Medici, che pure è la più addestrata. L’avamposto di Sant’Angelo è perso (e subito gli affamati soldati regi si buttano sui magazzini); si combatte duramente a Santa Maria. Lo stesso Re scende a incoraggiare i suoi, ma inspiegabilmente il generale ispano-siculo Afán de Rivera, presa Sant’Angelo, non converge su Santa Maria, dove avrebbe potuto sferrare il colpo decisivo. Lì accorre in carrozza Garibaldi, preoccupato. È intercettato dai cacciatori napoletani che gli uccidono il cocchiere e crivellano la vettura. Salvato per miracolo, è lesto a organizzare il contrattacco.

A questo punto Francesco decide di far scendere in campo la sua guardia che, ahilui, non è tosta come quella dei grognards di Napoleone. È un corpo di privilegiati, raccomandati di bella presenza che fanno figura alle parate, ma non sono abituati a battersi. Fanno anche peggio due reggimenti di ussari che, scompigliati dalle mitraglie, scappano fino a Capua. Alle cinque del pomeriggio i garibaldini hanno ricostruito le linee di partenza, i napoletani ripiegano.

Intanto a Est gli 8000 uomini del generale svizzero von Mechel tentano l’aggiramento. Il terreno è accidentato, dominato dagli archi vanvitelliani degli altissimi Ponti della Valle, che portano l’acqua al parco reale di Caserta. Bixio sfrutta a suo vantaggio ogni asperità, von Mechel fa l’errore di scindere in tre colonne la sua brigata. Tuttavia riesce a mettere in difficoltà Bixio, costretto ad arretrare e ad abbandonare cannoni. Von Mechel non lo incalza perché si ferma ad aspettare i rinforzi del colonnello Ruiz, che a sua volta si attarda a espugnare un rilievo non propriamente strategico, Castel Morrone, difeso dal ventottenne maggiore Pilade Bronzetti con 300 bersaglieri volontari. È lui il vero Leonida delle Termopili garibaldine. Dopo quattro ore di lotta, finite le munizioni e ridotto a scagliare sassi sul nemico, Bronzetti cade, ma anche stavolta i collegamenti tra i comandi napoletani si rivelano colpevolmente difettosi. Invece di dar manforte a von Mechel verso i Ponti della Valle, Ruiz si accampa a Caserta Vecchia, ma anche in questo settore Bixio riesce a organizzare il contrattacco. Mentre von Mechel si ritira con ordine, il flemmatico Ruiz è attaccato anche da Garibaldi con l’aiuto di quattro compagnie dell’esercito piemontese. Circondati, i borbonici perdono sei uomini e si arrendono in duemila.

Si contano le perdite: tra i garibaldini 506 caduti, 1528 feriti, 1389 prigionieri o disertori; tra i napoletani 308 caduti, 820 feriti, 2507 prigionieri. Un sostanziale pareggio, in cui l’esercito borbonico ha però ritrovato l’onore perduto. La differenza l’hanno fatta la rapidità di scelte di Garibaldi, sempre presente nel vivo dell’azione, e la tenuta degli uomini sotto gli attacchi più duri. Ancora una volta, vince il fattore morale. Sui generosi soldati borbonici ha pesato la torpidità dei comandi e l’inesperienza dell’amletico re, che cercherà invano di spingere i suoi generali a riprendere l’offensiva. Asserragliato a Capua e poi a Gaeta, resisterà tre mesi all’assedio dei piemontesi.

Intanto, come lo stendhaliano Fabrizio Del Dongo a Waterloo, anche il garibaldino Abba fatica a capire quello che è successo. Scendendo e salendo per colline simili alle Langhe, osserva impietosito gli sbandati in trappola, incontra i morti propri e altrui. Ci sono Bavaresi un po’ attempati, venuti a morire per la loro bella regina, con le borracce ancora mezze piene d’acquavite; ci sono dei giovani siciliani che Bixio ha arruolato a Marsala, «testoline bionde di settentrionali che sembrano fanciulle».

Pochi giorni dopo, a Teano, Garibaldi stringe senza entusiasmo la mano a Re Vittorio, e rifiuta un suo invito a pranzo: meglio mangiare pane e formaggio da solo. Vorrebbe andare fino a Roma ma i francesi non vogliono. I garibaldini, che il re non passa in rassegna, si sentono messi da parte. Già si parla di Caprera. Abba annota sconsolato: «Certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda… Mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti, ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuno sulla porta di casa nostra». La battaglia decisiva era finita, cominciava quell’altra, assai più difficile, anzi interminabile, per fare gli italiani.
 fonte: la stampa (02/02/2011)




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